MyEditor Blog – Editoria, scrittura e mondi paralleli

cercando le parole si trovano i pensieri

Scoperto importante sito cerimoniale in Peru, video e reportage

novembre30

http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=325

Expedición a las fuentes del Río Alto Timpía: el descubrimiento del sitio ceremonial del Lago de Ángel (+ Videos)

Nel 1955 l’antropologo peruviano Oscar Nuñez del Prado portò a termine degli studi nel villaggio andino di Q’eros, ubicato presso la cordigliera di Ausangate.
Si dedicò a ricompilare alcune leggende locali che indicavano in Inkarri (Inka Rey), l’eroe leggendario che, dopo essersi ribellato all’invasore spagnolo (Hispanarry), si ritirò nell’oasi del Paititi, percorrendo un lungo ed antico sentiero, ubicato nello spartiacque tra gli odierni dipartimenti di Madre de Dios e del Cusco, nella cordigliera di Paucartambo. Secondo la leggenda Inkarri percorse il cammino di pietra in direzione nord, fino a giungere nell’altopiano di Pantiacolla, da dove s’internò definitivamente nel leggendario Paititi.
Nella decada del 1960 l’esploratore di Arequipa Carlos Neuenschwander Landa percorse il cammino di pietra a partire dalla località di Tres Cruces verso nord, individuando alcuni interessanti siti archeologici, come il petroglifo denominato Demarcación (nel quale sono rappresentati dei lama che trottano verso nord), e alcuni resti di antiche edificazioni nella zona detta Toporake (o Inca Tambo), ubicata presso le sorgenti del Rio Chunchusmayo, a nord-est del sito archeologico di Miraflores. E’ possibile che le edificazioni di Toporake siano state utilizzate da soldati incaici per delimitare l’impero e controllare il cosidetto Antisuyo, la selva bassa amazzonica.
Carlos Neuenschwander Landa portò a termine anche alcune spedizioni nell’altopiano di Pantiacolla, un’aspra meseta ubicata a cavallo tra l’odierno Parco Nazionale del Manu e il Santuario Nazionale del Megantoni, ad un altezza compresa tra i 3000 e i 4000 metri s.l.d.m.
Lo scopo delle sue spedizioni era ubicare la leggendaria fortezza, il Paititi appunto, dove Inkarri si sarebbe internato fino alla fine dei suoi giorni.
Carlos Neuenschwander Landa ampliò le conoscenze del cammino di pietra e dell’altopiano di Pantiacolla, ma non riuscì a trovare l’agognata Paititi.

 
 

La spedizione dell’ottobre 2012 ha avuto lo scopo di esplorare a fondo il braccio principale del cammino di pietra troncale, che dalla cordigliera di Paucartambo conduce presso l’altopiano di Pantiacolla, ed esplorare la zona del Lago de Angel, un lago poco conosciuto ubicato all’interno del Santuario Nazionale del Megantoni.
Il gruppo, formato da Ricardo Conde Villavicencio, Gregory Deyermenjian, Paulino Mamani, Javier Zardoya e il sottoscritto, si è riunito al Cusco per iniziare a preparare la spedizione. Dopo aver ottenuto i necessari permessi del Ministero di Cultura e dell’Ambiente, indispensabili per poter accedere al Santuario Nazionale del Megantoni, abbiamo proceduto ad organizzare i viveri per l’esplorazione. Ci siamo ritrovati nel mercato di San Pedro, dove si possono trovare alimenti di buona qualità a basso prezzo. Determinante è stata l’esperienza di Paulino Mamani nel comperare cereali andini, come la quinua, la quiwicha e la qañiwa. Abbiamo acquistato anche noci, uva passa, mandorle del Brasile, farina di mais, di orzo e di frumento. Per apportare proteine alla dieta, oltre a varie lattine di tonno, abbiamo comperato 5 kg. di carne secca di alpaca. Inoltre abbiamo acquistato una quantità notevole di riso (10 Kg.), pasta (5 Kg.) e zucchero (10 Kg.). Abbiamo calcolato che i viveri sarebbero stati sufficienti per 6-8 persone per un periodo di almeno 15 giorni.
Quindi abbiamo affittato un robusto mezzo fuoristrada e siamo partiti. Abbiamo viaggiato di notte lungo strade sterrate al lato di profondi precipizi. Il bagliore della luna piena illuminava debolmente i ripidi contorni di minacciose montagne nere.
Alle tre del mattino siamo giunti presso il paesello di Quebrada Honda dove abbiamo dormito per circa due ore. Alle 5 mi sono svegliato e ho osservato stupito la luna, grande e gialla, tramontare all’orrizzonte.

 
 

Poco dopo siamo andati al mercato per acquistare alcuni oggetti utili nella spedizione, come candele, teloni di plastica e spessi cordami.
Quindi, dopo altre quattro ore di viaggio accidentato, siamo giunti presso il Rio Yavero, nelle vicinanze di una fattoria tropicale dove si produce caffé, mais e achiote. In quel luogo ci siamo incontrati con il responsabile dei muli e abbiamo organizzato la partenza.
Il giorno dopo, alle 7 del mattino, dopo aver fatto colazione e aver caricato i muli, abbiamo iniziato la camminata. Siamo passati dai 1300 metri s.l.d.m. del Rio Yavero, ai 3500 metri s.l.d.m. del Cerro Lacco, attraversando in 9 ore tutti i biomi andini, selva alta, bosco andino, puna (o paramo). Abbiamo accampato nelle vicinanze di due laghetti andini, dall’acqua cristallina.
Il giorno sucessivo ci siamo diretti inizialmente verso nord-est, seguendo un ramo del cammino di pietra, poiché sarebbe stato impossibile puntare direttamente verso il Lago de Angel. La profonda vallata del Rio Yuracmayo ci impediva di attraversarlo. Durante la giornata siamo giunti presso un immenso cratere, ubicato a circa 3700 metri s.l.d.m. All’interno del cratere circolare è ubicato uno specchio d’acqua detto laguna negra. I bordi del cratere sono impervie cime montagnose alte poco più di 4000 metri s.l.d.m.
La mia opinione è che il cratere della laguna negra, potrebbe essere il letto di un antico vulcano, ma solo con il parere di un geologo si potrebbe giungere a conclusioni precise.
Una volta giunti presso il bordo del cratere ci siamo resi conto che non vi era un cammino percorribile dai muli nello spartiacque, e così abbiamo dovuto scendere nella stretta valle delle sorgenti del Rio Yuracmayo e abbiamo accampato alla quota di 3600 metri s.l.d.m.
Il giorno sucessivo abbiamo proseguito la difficile camminata attraverso altre due vallate, dove scorrono altrettanti affluenti del Rio Yuracmayo. Quindi verso le quattro del pomeriggio siamo finalmente giunti presso lo spartiacque tra la valle del Rio Yuracmayo e quella del Rio Timpía, (affluente diretto del Rio Urubamba). Siamo giunti presso un lago dalla forma irregolare ubicato a 3700 metri s.l.d.m. Anche se quel lago non è segnato nella mappa dell’Istituto Geografico Militare Peruviano, mi sono comunque reso conto che formava una delle fonti del Rio Timpía, e ho deciso di denominarlo Lago del Timpía. Abbiamo accampato poco dopo nella valle adiacente.
L’indomani mattina, sotto una fredda pioggia battente, il responsabile dei muli è rientrato verso valle con un suo aiutante. Da li in avanti sarebbe stato impossibile proseguire con gli animali da carico, poiché il terreno era sommamente accidentato, fangoso e pieno di buche.
Ci siamo così ritrovati in sei: Ricardo Conde Villavicencio, Gregory Deyermenjian, Paulino Mamani, Juan Condori, Javier Zardoya e il sottoscritto. Da lì in avanti dovevamo procedere caricando le nostre provviste, le tende e tutto il materiale d’esplorazione. Abbiamo iniziato la caminata verso le dieci del mattino sotto una pioggia fredda, nel mezzo di una spessa nebbia. Il cammino si è rivelato molto insidioso in quanto avanzavamo fuori sentiero, alcune volte lungo costoni formati da rocce scivolose e altre volte in interminabili pantani dove i nostri piedi affondavano in buche profonde, con alti rischi di fratture. Malgrado tutto ciò abbiamo avanzato in direzione nord-ovest, mantenendoci ad un’altezza di circa 3600 metri s.l.d.m.

 
 

A volte abbiamo dovuto scendere a quote più basse, perché camminare lungo il costone era letteralmente impossibile, poi però dovevamo risalire, allo scopo di mantenere la direzione nord-ovest, con enormi difficoltà. Camminare sotto la pioggia fredda nel fango, a quote così alte, dove l’ossigeno è scarso e il freddo è intenso, era realmente una sfida.
Dopo aver attraversato due vallate, ci siamo mantenuti nello spartiacque tra il Rio Yuracmayo (conca del Yavero), e alcuni affluenti del Rio Timpía. Finalmente abbiamo accampato in un gelido costone di uno degli affluenti del Rio Timpía.
Il giorno successivo abbiamo continuato ad avanzare in direzione nord-ovest. Spesso durante la difficile camminata abbiamo dovuto fermarci e ripararci dalla pioggia utilizzando un telone di plastica.
Verso mezzogiorno ci siamo fermati per mangiare noci, uva passa e mandorle del Brasile, ma subito dopo è iniziata uno forte grandinata che ci ha ancora una volta impedito di avanzare. Ci trovavamo non lontano dal Lago de Angel, ma dovevamo ancora attraversare una profonda vallata. Durante la difficile discesa lungo un ripido costone, pieno di buche nascoste da paglia alta e bagnata, ci siamo dovuti fermare nuovamente a causa di un’altra grandinata.
Finalmente, dopo circa un’ora, siamo giunti sulla cima della vallata.
La densa nebbia ci impediva di vedere il lago, ma sapevamo che quello specchio d’acqua nascosto era sotto di noi. Dopo pochi istanti la nebbia si dissolse e il lago apparve, come per incanto. Dall’alto si notava la sua curiosa forma simile ad un 8, oblungo ed irregolare.
Il nome “Lago de Angel” deriva dal racconto di un indigeno Matsiguenka chiamato Angel, che descrisse di esservi giunto nel corso degli anni 60’ del secolo scorso, quando stava scappando dalla valle del Rio Yavero dove era stato sfruttato da padroni peruviani in modo disumano. Angel rimase presso il lago alcuni giorni, ma il freddo intenso e la mancanza di cibo lo indussero a continuare il viaggio verso la zona tropicale attigua al Rio Alto Madre de Dios.
Dopo aver attraversato una radura costituita da muschio spugnoso, dove affondavamo fino alle ginocchia nell’acqua fredda, siamo giunti presso le sponde del lago.

Ubicazione del Lago de Angel:
Lat. 12º 27.227’- Long. 72º 08.799’
Altezza: 3709 metri sul livello del mare.

Mi sono subito reso conto che il lago ha un emissario che costituisce uno degli affluenti del Rio Timpía. Abbiamo accampato non lontano dal lago proponendoci di esplorare le vicinanze l’indomani.
Il giorno successivo abbiamo esplorato il bosco attiguo al lago.
Ho notato che enormi macigni erano incastrati formando degli anfratti e delle caverne, le cui entrate sono quasi totalmente ricoperte da una esuberante vegetazione, e da muschi e licheni. Nell’entrata di una delle caverne abbiamo notato un muretto, forse utilizzato come una piccola scalinata, che fu sicuramente costruito dall’uomo in epoche remote.

All’interno del bosco vi è un “centro cerimoniale”, con a lato una caverna formata da grandi massi, il cui pavimento sembra essere stato appianato, con dei lastroni, da esseri umani. Continuando l’esplorazione della zona sud-est del bosco abbiamo trovato altri indizi di un’antica presenza umana nella zona. Presso l’entrata di un’altra caverna, vi è un altro muretto, o piattaforma cerimoniale, che forse fu costruito per delimitare la zona “sacra” dalla zona d’utilizzo comune. Quindi, a pochi metri di distanza, vi è l’evidenza di un antico cammino di pietra, che, passando per il bosco, s’inoltra nella vallata del Rio Timpía. Nel pomeriggio abbiamo continuato l’esplorazione e ci siamo resi conto che in tutta la zona del bosco vi sono vari “dolmen”.
Il più grande è triangolare, situato all’entrata della prima caverna; altri, di forma pressoché rettangolare, sono sparsi nel bosco e potrebbero indicare punti importanti, facenti parte di una rete.

Ubicazione del sito cerimoniale del Lago de Angel:
Lat. 12º27.256’ – Long. 72º 08.804’
Altezza 3705 metri s.l.d.m.

In generale siamo giunti alla conclusione che il bosco attiguo al Lago de Angel fu utilizzato per motivi rituali e cerimoniali da genti andine in un lontano passato. Forse alcune persone vissero nelle caverne e negli anfratti del sito archeologico, ma per poter comprovare ciò, e soprattutto per sapere chi fossero quelle antiche genti, si dovrebbe procedere a degli attenti lavori di scavo. Il giorno seguente, dopo aver terminato l’esplorazione esaustiva del sito archeologico del Lago de Angel, abbiamo proseguito la nostra esplorazione in direzione nord. Inizialmente abbiamo camminato lungo la stretta valle dell’emissario del Lago de Angel ed in seguito siamo entrati in una vallata adiacente, dove scorre un altro affluente del Rio Timpía. Abbiamo seguito un antico cammino di pietra, probabilmente costruito da popoli antichi pre-incaici. Ad un certo punto però abbiamo dovuto decidere se continuare lungo il sentiero in direzione nord o seguire un altro antico cammino in direzione nord-ovest.
In realtà continuare in direzione nord ci avrebbe allontanato eccessivamente dalla via del ritorno. La stanchezza, il freddo intenso, la mancanza d’ossigeno e le avverse condizioni atmosferiche ci hanno indotto a decidere di percorrere il cammino troncale verso nord-ovest.
Inizialmente abbiamo risalito la vallata attraversando un denso bosco andino, quindi abbiamo continuato la nostra camminata lungo lo spartiacque tra le vallate dei fiumi che scorrono verso il Yavero e quelle dei fiumi che fluiscono verso il Timpía. Ci trovavamo già al di fuori del Santuario Nazionale del Megantoni, ma le condizioni atmosferiche erano pressoché uguali: spessa nebbia, pioggia fredda e alcune grandinate.
Duarante la camminata abbiamo notato che alcune piante denominate achupalla erano state aperte e la loro polpa era stata mangiata. E’ una prova dell’esistenza dell’orso dagli occhiali (tremarctos ornatus), nelle vicinanze, che ne è ghiotto.
Verso sera abbiamo accampato presso un costone da dove si poteva osservare una vallata di un altro affluente del Rio Alto Timpía.
Il giorno successivo abbiamo continuato la camminata in direzione nord-ovest fino a giungere presso una piattaforma cerimoniale rettangolare, costruita in pietra da popoli antichi. Purtroppo, attualmente, la piattaforma cerimoniale, ubicata nel luogo da noi denominato Ultimo Punto, presso le sorgenti del Rio Taperachi (a sua volta affluente del Rio Ticumpinea), è in pessimo stato di conservazione, in quanto molte radici la stanno danneggiando.

Ubicazione della piattaforma cerimoniale dell’Ultimo Punto:
Lat. 12º 25.394’ – Long. 72º 12.260’
Altezza: 3621 metri s.l.d.m.

Abbiamo quindi continuato la camminata in direzione sud-ovest scendendo fino ad un denso ed umido bosco andino, dove abbiamo accampato a quota 3200 metri s.l.d.m.
Il giorno successivo abbiamo proseguito in direzione sud-ovest scendendo lungo un ripidissimo sentiero appena accennato. La discesa è stata particolarmente dura, innanzitutto perché il cammino era quasi del tutto coperto da una folta vegetazione, ma sopratutto perché il suolo fangoso e viscido ci ha causato frequenti scivolate.
Verso le tre del pomeriggio siamo giunti presso la località di contadini conosciuta con il nome di Sacramento, ubicata a quota 1670 metri s.l.d.m., dove abbiamo dormito.
Il giorno successivo abbiamo viaggiato fino a Quebrada Honda, da dove abbiamo proseguito il viaggio fino al Cusco.
Il bilancio della spedizione è stato più che positivo. Innanzitutto abbiamo verificato l’esistenza di una fitta rete di sentieri di pietra, costruiti da antiche genti, che connettavano la cordigliera di Paucartambo con la zona dell’altopiano di Pantiacolla, fino a giungere presso il Lago de Angel.
Abbiamo inoltre verificato che vi sono altri antichi sentieri che dal Lago de Angel s’inoltrano verso la selva tropicale del Rio Timpía, verso una direzione ignota, e anche verso nord-ovest, dove è situata la piattaforma cerimoniale dell’Ultimo Punto.
Il risultato più importante della spedizione è stato, però lo studio del sito archeologico del Lago de Angel, dove vi sono alcuni muretti che delimitano le zone rituali dalle zone d’utilizzo comune e alcuni gradini, che certamente furono opera dell’uomo.
E’ auspicabile che la nostra esplorazione possa stimolare uno studio archeologico approfondito del sito, in modo da poter appurare chi furono gli antichi abitanti del Lago de Angel.

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

Foto: Copyright di Yuri Leveratto

Articolo riproducibile in forma integrale indicando chiaramente il nome dell’autore e la fonte www.yurileveratto.com/it

Spedizione nella selva del Rio Guaporé: il grande mistero della città perduta di Labirinto

novembre5
Immagine anteprima YouTube

 

Seguitemi in una magica esplorazione che farebbe impallidire anche l’Indiana Jones più in forma. Yuri Leveratto, esploratore e scrittore italiano emigrato in Sudamerica da diversi anni, dedica la sua vita a interessanti ricerche incentrate su archeologia e ecologia. Ci racconta quello che nessuno ci dice sull’Amazzonia, le ripercussioni dell’insostenibilità del nostro stile di vita sugli equilibri biologici e antropologici, i ritrovamenti di città perdute e siti sacri ancora tutti da studiare. Leveratto pubblica in Perù, ma noi vorremmo tanto che qualche editore lungimirante divulgasse le sue ricerche qui in Italia.

Partenza!

Il Rio Guaporé (chiamato anche Rio Itenez, 1749 km di lunghezza) nasce nello Stato brasiliano del Mato Grosso e scorre in direzione nord-ovest, disimboccando nel Rio Mamoré. Il suo corso segna la frontiera tra la Bolivia e il Brasile, in particolare tra i dipartimenti boliviani di Santa Cruz e Beni con gli Stati brasiliani del Mato Grosso e Rondonia. Fin dai tempi degli Incas il Rio Guaporé ha rappresentato una linea di frontiera, oltre la quale vi erano terre mitiche e poco conosciute, come il leggendario Paititi. Ecco un passaggio dello scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa nella sua Historia de los Incas (1570).

E per il camino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos del Inca Topa.

Il regno leggendario del Paititi veniva individuato presso un Rio chiamato appunto Paititi e veniva sovrapposto alle terre degli indigeni Moxos. Secondo Sarmiento de Gamboa gli Incas mantevano rapporti amichevoli con il regno dei Moxos e con gli abitanti del Paititi ma fecero costruire due fortezze per delimitare l’influenza dell’impero incaico. Una di queste fortezze è stata individuata presso Riberalta, vicino alla confluenza del Rio Beni con il Rio Madre de Dios, mentre per quanto riguarda la seconda fortezza si ignora la sua possibile ubicazione. Secondo le croniche di Lizarazu (1635), gli Incas non si limitarono a costruire le due fortezze ma si instaurarono nel regno del Paititi assumendone il controllo. Ecco due passaggi della cronaca antica:

L’Inca del Cusco inviò suo nipote Manco Inca, il secondo a portare questo nome, alla conquista dei Chunkos, indios Caribe che vivono nella selva ad oriente del Cusco, Chuquiago e Cochabamba. E Manco entrò alla selva con ottomila indios armati, portandosi con sé suo figlio. E considerando la diffocoltà del terreno [Manco] popolò la parte opposta della montagna del Paititi, dove dicono gli indios Guaraní, che sono arrivati in seguito a conoscere questo potente signore, che in quel monte si trova grande quantità d’argento, e da lì tirano fuori il metallo, lo depurano, lo fondono e lo trasformano in perfetto argento. E così come fu a capo di questo regno del Cusco, lo è adesso in quel grandioso regno del Paititi, chiamato Moxos.

È possibile che realmente Manco (da non confondersi con Manco Inca) avesse governato il Paititi? Vi sono inoltre altri documenti antichi che narrano della fuga di Guaynaapoc (figlio di Manco) verso il Paititi, allo scopo di occultare i simboli sacri del Tahuantisuyo in un luogo nascosto, sicuro e lontanissimo dal Cusco. Ecco la cronaca di Felipe de Alcaya pubblicata nelle informazioni di Lizarazu (1635):

Quando finalmente il “re piccolo” [Guaynaapoc], arrivò alla città del Cusco, trovò tutta la terra conquistata da Gonzalo Pizarro, e  suo zio [Huascar] assassinato a morte dal re di Quito [Atahualpa], e l’altro Inca ritirato a Vilcabamba [Manco Inca]. E in quell’occasione così particolare riunì tutti gli indios che stavano dalla sua parte, e li invitò a seguirlo alla nuova terra che aveva scoperto suo padre [Manco], chiamata Mococalpa (adesso chiamata Moxos) […]. Circa ventimila indios seguirono Guaynaapoc [...]. Portarono con loro moltissimi capi di bestiame e artigiani dell’argento, e durante il cammino altri indigeni delle pianure si aggiunsero allá moltitudine, che alla fine raggiunse il Rio Manatti. E finalmente giunse al Paititi donde fu allegramente ricevuto da suo padre e da altri soldati e la sua felicità raddoppiò, per trovarsi in un regno inespugnabile e lontanissimo dal Cusco, che era ormai in mano agli invasori.

Rio Guaporé

Questo luogo leggendario, il Paititi, inteso anche come terra mistica e rituale dove sono preservate le tradizioni antiche, è stato cercato per circa 500 anni in innumerevoli spedizioni, ma nessuno lo ha mai trovato. Èstato cercato in Perú, Bolivia e anche in Brasile, ma nessuno ha potuto portare prove certe della sua esistenza reale. Durante il mio ultimo viaggio in Bolivia e Brasile ho potuto portare a termine alcune spedizioni per tentare di fare luce su questo mistero del passato. In Bolivia ho potuto, insieme al pilota ricercatore Jorge Velarde, compiere un’esplorazione aerea del parco nazionale Noel Kempff Mercado, allo scopo d’individuare dall’alto indizi importanti di queste antiche culture. La spedizione è stata un successo in quanto abbiamo potuto documentare dozzine di laghi modificati dall’uomo ed orientati sull’asse nord-est sud-ovest, oltre a moltissimi terrapieni e colline artificiali. In Brasile, invece, insieme ad alcuni ricercatori dello Stato della Rondonia, ho potuto portare a termine alcuni viaggi sia nella conca del Rio Machado che in quella del Rio Guaporé. La nostra spedizione nella selva del Rio Guaporé aveva come scopo la ricerca di eventuali resti di culture incaiche o pre-incaiche che potessero essere riconducibili al leggendario viaggio di Manco e al rientro di suo figlio Guaynaapoc nella terra del Paititi. Il nostro obiettivo era una zona di selva situata nelle vicinanze del forte Principe da Beira, un imponente baluardo costruito dai portoghesi nel 1776 per demarcare e controllare il territorio situato ad ovest del Rio Guaporé, appartenente al Portogallo a partire dal 1750 (trattato di Madrid). Nel versante occidentale del Rio Guaporé gli spagnoli avevano già costruito la missione di Santa Rosa (1743), che ebbe però vita effimera perché ormai tutta la zona era sotto il controllo dei portoghesi. I partecipanti della spedizione sono stati: l’esperto in questioni indigene Evandro Santiago, il professore di Storia e Filosofia Zairo Pinheiro, il ricercatore Joaquim Cunha da Silva e il sottoscritto. Eravamo accompagnati dalla guida locale Elvis Pessoa. Ci siamo inoltrati nella selva in un luogo distante circa quattro chilometri dal grandioso forte Principe da Beira. Dopo aver camminato avanzando nella foresta per circa mezz’ora ci siamo imbattuti in alcune strane rovine, dei muri antichi alti circa due metri. Quindi camminando in direzione sud abbiamo trovato un altro muro, questa volta alto circa quattro metri e lungo circa 15 metri. La costruzione era rustica con pietre non molto grandi, incastrate tra loro in modo non perfetto. Dopo circa 20 metri ci siamo imbattuti in un altro muraglione, ma dalla parte opposta rispetto al primo (verso est), come formando un canalone. La vegetazione all’interno del canalone era tanto fitta e densa che risultava effettivamente difficile distinguere molti dettagli, senza avvicinarsi alle muraglie. Quindi ancora una volta sul lato destro ho notato che il muraglione formava un canale verso ovest, più stretto ma completamente occupato da fittissima vegetazione. Abbiamo quindi continuato ad avanzare con difficoltà fino a giungere ad una strana costruzione in pietra di forma quadrata di circa 5 metri di lato, all’interno della quale si può accedere attraversando un portale rivolto verso nord. I lati della costruzione sono composti da muri diroccati alti circa 50 cm, mentre il portale è discretamente conservato, costruito con un architrave largo circa 1 metro che sorregge le pietre rustiche posizionate al di sopra di esso. La facciata è alta circa 2,30 metri. La nostra guida Elvis ci ha detto che tutto il luogo archeologico è denominato dai pochi nativi del posto Città Labirinto (cidade laberinto, in portoghese). Durante tutta la giornata abbiamo continuato ad esplorare la zona rendendoci conto che il Rio Guaporé è abbastanza lontano dalla Città Labirinto, più di un chilometro. Abbiamo inoltre esplorato la parte alta dei monticoli delimitati dagli alti muraglioni rustici, trovando degli spazi abitazionali irregolari larghi circa due metri delimitati da pietre non incassate perfettamente. L’indomani mattina abbiamo esplorato anche una zona situata ad est del portale, distante circa 700 metri, ed anche in quel luogo abbiamo trovato vari spazi abitazionali o basi di vecchie fondamenta, ma non gli alti muraglioni di Labirinto. Siamo quindi tornati a Labirinto, concentrandoci non solo sull’interessante portale, dove si nota che i sedimenti nel suolo sono spessi circa 50 centimetri, ma soprattutto sui muraglioni e sulle basi di antiche fondamenta che vi sono negli spazi in cima ad essi. Una volta terminata l’esplorazione, abbiamo passato alcuni giorni nel paese rivierasco di Costa Márques, duranti i quali è sorto un dibattito tra di noi sull’effettiva origine di Labirinto. Il fatto che il forte portoghese Principe da Beira sia distante solo 4 chilometri potrebbe far pensare che Labirinto sia stato utilizzato come cantiere da dove i portoghesi del 1776 ritiravano e lavoravano le pietre per poi trasportarle fino al forte con imbarcazioni lungo la corrente del Rio Guaporé.

Secondo alcuni ricercatori di Rolim de Moura, inoltre, il portale sarebbe stato costruito per conservare le munizioni dei portoghesi in un luogo sicuro lontano dal forte. Questi ricercatori però non spiegano perché furono costruiti muri alti fino a 5 metri con tecniche rustiche e soprattutto perché vi sono delle fondamenta di spazi abitativi negli spazi al di sopra di queste abitazioni. Inoltre non viene spiegato perché dei portoghesi, che ragionavano con una logica occidentale, avrebbero dovuto costruire un portale rivolto verso il nord nel bel mezzo della selva, proprio in un luogo dove abitarono popoli indigeni in passato. Secondo me la Città Labirinto è molto interessante dal punto di vista storico e archeologico, e anche se non si può dare un giudizio definitivo perché fino ad ora non sono stati effettuati scavi appropriati, è possibile avanzare alcune ipotesi. A mio parere gli alti muraglioni (almeno 4 ma potrebbero essercene altri) non possono essere stati costruiti da europei del secolo XVIII, perché sono rustici ed imperfetti. La loro funzione sembra essere quella di delimitare delle zone elevate, dei monticoli, al di sopra delle quali vi sono dei resti di fondamenta di spazi abitativi che, per la loro forma e struttura, non possono essere stati costruiti né utilizzati da spagnoli o portoghesi. Vi sono anche poche possibilità anche che gli alti muraglioni siano stati costruiti da indigeni della selva bassa amazzonica, che storicamente, non avevano la necessità, né l’abilità, di costruire delle strutture in pietra. La Città Labirinto potrebbe pertanto essere stata costruita da popoli indigeni andini per ora sconosciuti o forse discendenti della famiglia reale incaica che si nascosero nella sponda occidentale del Rio Guaporé, come si evince dalla cronica di Felipe de Alcaya. Per quanto riguarda il portale, anche qui i pareri sono discordanti. Anche se Labirinto fosse stato utilizzato come cantiere da dove venivano estratte le pietre dai portoghesi, che bisogno c’era di costruire un solo portale diretto verso il nord? Non certo per fini abitativi, infatti se così fosse ne avrebbero costruiti altri. Per nascondere munizioni? È una possibilità ma finora non è provata. A questo punto, pertanto, senza una seria campagna di scavo archeologico è impossibile dare una risposta chiara e definitiva al grande mistero di Labirinto. La mia opinione finale è che tutta l’area era popolata da indigeni della selva bassa amazzonica. Vi è una reale possibilità che Labirinto sia stato modificato da discendenti di Incas ed utilizzato come centro cerimoniale per circa 200 anni (dal 1540 al 1740 A.D.). Quindi con l’arrivo degli europei nella zona è possibile che sia stato abbandonato, ed in seguito utilizzato da portoghesi per estrarre pietre usate per la costruzione del forte Principe da Beira. Nella zona sono state trovate molte asce di origine inca e moltissima ceramica di stili diversi. Alcuni frammenti di ceramica sono raffinati e disegnati in modo esperto, altri sono rustici e forse erano usati solo come contenitori. Se fosse provata la origine inca degli alti muraglioni di Labirinto, si potrebbe pensare che fosse un centro cerimoniale dove i discendenti di Huascar riportarono in vita le antiche tradizioni. Forse fu utilizzato per riorganizzarsi allo scopo di fondare una città vera e propria, il famoso Paititi, più nell’interno, relativamente lontano dal Rio Guaporé. Forse all’interno del Parco Nazionale Pacaas Novos, dove sorge la Tracoá (picco Jarú), la montagna più alta della Rondonia?

YURI LEVERATTO Copyright 2011

Foto e video: Copyright Yuri Leveratto

www.yurileveratto.com/it

 

 



delizard seo web design livorno